Che i tipografi abbiano sempre battuto quel territorio fascinoso ai confini tra l’artigianato e l’arte, è cosa nota. Del resto, ad essi spetta il compito di consentire alla parola scritta “di parlare –come diceva Galileo Galilei– a quelli che sono nelle Indie o non sono ancora nati, né saranno di qui a mille o diecimila anni”.

Questa consapevolezza non è più così diffusa e la tipografia si è ridotta a un mestiere, che certo richiede rigore, senso delle proporzioni, esperienza, ma troppo legato al quotidiano ed all’effimero.

È proprio dall’insofferenza a questi limiti, nel bisogno di sfuggire al solo aspetto artigianale della professione, nella propensione alla creatività e alla ricerca, nelle incursioni nell’editoria, che il tipografo realizza appieno la sua vocazione.

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